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Letter "Maria Ceccarelli" (formato Acrobat
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 | PREGHIERA
Padre santo e misericordioso che hai donato alla tua serva Maria
Aristea una forza incrollabile in mezzo alle vicende dolorose della
vita, ispirando continuamente nel suo cuore una ardente e operosa
carità nel servire i sofferenti, concedi anche a noi una fedeltà
pura e coerente e donaci un sincero pentimento dei nostri peccati.
Illumina e purifica il nostro sguardo perché siamo capaci,
dimenticando le nostre necessità e sofferenze, di scorgere quelle,
spesso più grandi, del nostro prossimo. Amen. Pater, Ave,
Gloria |
Brevi cenni biografici
La
Serva di Dio Maria Aristea Ceccarelli nacque ad Ancona il 5 novembre 1883, festa
delle SS. Reliquie, dodicesima di sedici figli, di cui solo cinque sopravvissero
all'infanzia, da Antonio Ceccarelli e Nicolina Menghini. Fu battezzata nella Chiesa
del Crocefisso, un mese più tardi, il 9 dicembre, coi nomi di Aristea,
Margherita. La madre, Nicolina Menghini, di Recanati, era di modestissime condizioni,
d'indole assai chiusa, dura, completamente analfabeta. Il padre, Antonio Ceccarelli,
di Fossombrone, prima di unirsi a lei aveva già contratto matrimonio con
un'altra donna, dalla quale aveva avuto un figlio. Sposò Nicolina, dopo
parecchi anni di convivenza, quando la prima moglie morì. Aveva un carattere
estremamente irascibile, duro, scontroso e violento. Era dedito al gioco, al bere
e gran bestemmiatore. Si trasferì ad Ancona, nel rione Archi dove gestiva
una bettola d'infimo ordine che esigeva l'enorme fatica di tutta la famiglia e
dava un reddito minimo. Manesco, percuoteva abitualmente moglie e figli. Giunse
al punto di ferire gravemente, con una coltellata, la moglie, che riuscì
a nascondere il fatto ai Carabinieri. Come vedremo, i ricordi d'infanzia s'impressero
indelebilmente nella memoria di M. Aristea, che sempre ricordò stenti,
miseria assoluta, maltrattamenti, percosse, umiliazioni, scene di terribile violenza,
fame, freddo e tutto il resto, con un profondo senso di sofferenza e angoscia
ma pieno di perdono. La madre, sovraccarica di fatiche, non aveva tempo per i
figli che crescevano abbandonati a loro stessi. Non ricevettero, perciò,
alcuna istruzione, né scolastica né religiosa. M. Aristea, fin da
piccolissima, appena poteva si recava nella vicina chiesa del Crocifisso ove passava
lunghi momenti parlando cuore a cuore con Gesù, il suo grande amico e confidente.
Più volte, per questo, giungeva tardi per cui era sgridata e punita. Si
rivolgeva anche alla sua "mammina", la SS.ma Vergine Maria, alla quale
ogni mattina, appena sveglia recitava tre "Ave Maria". Ogni giorno lavorava
instancabilmente, prestandosi a ogni servigio chiestole non solo in casa, ma anche
dalle vicine. A sei anni ricevette la cresima. Benchè desiderasse ardentemente
poter andare a scuola, non vi fu mai mandata. Si mise d'accordo con una maestra
che, per un soldo, le dava una lezione. Guadagnò questo denaro assumendo
ulteriori lavori più pesanti e risparmiando su tutto, ma non bastava. Dovette
smettere e non poté mai più imparare a leggere e scrivere. A circa
undici anni fece la prima comunione, nella totale indifferenza dei genitori, che
neppure l'accompagnarono in chiesa. La sua indicibile gioia fu solo la sua intimità
con Gesù, che aumentò sempre più. Trascorse la sua fanciullezza
e adolescenza nel continuo lavoro, dividendo il tempo fra i laboratori di sartoria
e la trattoria domestica. Dopo quattro anni di fidanzamento, il 9 ottobre 1901
si sposò con Igino (Gino) Bernacchia, che i suoi genitori le avevano scelto
senza chiederne il parere. Egli si rivelò subito molto violento, dedito
al vino e alla bestemmia, con relazioni e amanti. Per tutta la vita matrimoniale,
la maltrattò e offese in ogni modo, tentando più volte di ucciderla.
Si
convertì solo all'ultimo. Appena sposata, andò a vivere nella casa
dei suoceri, commercianti benestanti, con un ben avviato forno, macelleria e negozio
di alimentari. Questa famiglia, nonostante il benessere, era estremamente divisa,
contraria alla religione e alla morale cristiana, con bestemmie e derisioni condivise
da tutti. Divisioni, odi e malavita la portarono ben presto alla rovina. Più
che come nuora fu accolta come donna di servizio per i lavori più umili,
penosi e pesanti, quelli che gli stessi garzoni rifiutavano. In tutto il peggio
toccava sempre a Lei. Più volte saltò pasto, perché, nonostante
lavori impostile all'ultimo momento, quando tutti erano a tavola, non le lasciavano
nulla. Non poteva dire nulla perché subito zittita malamente con insulti,
derisioni, parole volgari. Il marito conduceva vita viziosa, violento, prepotente
e dedito al vino, frequentava altre donne. Normalmente chiamava la moglie "carogna
fetente", "carogna schifa" e altri titoli simili. Mai una gentilezza,
sempre male parole, sovente percosse. Nel 1902, il giorno di Pasqua, M. Aristea
ebbe la perforazione del globo oculare destro, ove da tempo soffriva dolori lancinanti.
Dopo cinque anni di tormentose sofferenze e cure, dolorosissime quanto vane, sopportate
in mezzo ai lavori più duri e le umiliazioni peggiori, dovette sottoporsi
all'espianto dell'occhio. L'ultima cosa che volle vedere con esso, fu l'Immacolata,
che andò a salutare nella cappella dell'ospedale. Le raccontarono che addormentata
sotto anestesia, aveva pregato e cantato alla Madonna. Da quel momento le sofferenze,
progressive e sempre più atroci, fra cui la nevralgia del trigemino, coliche
e dolori di ogni tipo, non l'abbandonarono più. Quando il marito venne
assunto dalle ferrovie e si trasferì a Roma, andarono ad abitarvi in via
Ancona. M. Aristea prese a frequentare assiduamente la chiesa del Corpus Domini,
all'inizio di via Nomentana, ove conobbe il P. Domenico Verrinot, che divenne
suo padre spirituale. In questo periodo aggiunse al suo nome pure quello di Maria.
Il comportamento del marito verso di lei peggiorava sempre più, ben oltre
i limiti di ogni umana sopportabilità: parolacce, bestemmie, rimproveri,
insulti volgari, percosse veramente sadiche, minacce di morte e di ogni male.
Aristea sopportò tutto con una pazienza e dolcezza eccezionali. Il Signore,
assai spesso, l'attraeva alla contemplazione della sua passione. Il 4 febbraio
1925, il P. Domenico morì e M. Aristea si affidò alla guida spirituale
del P. Angelo Ferroni, camilliano. Nel 1927, morto P. Ferroni, divenne suo direttore
spirituale il P. Bini, anch'egli camilliano. La guida del P. Bini l'avviò
alla crescita della carità e disponibilità verso gli infermi, unendola
così alla spiritualità e apostolato dell'Ordine di S. Camillo De
Lellis. M. Aristea sviluppò al massimo quel grande amore per gli infermi,
che già era sorto in lei nelle precedenti degenze ospedaliere. Si recava
più volte alla settimana al Sanatorio Umberto I, nei pressi dell'ospedale
San Giovanni, dov'erano ricoverati i malati di tubercolosi, fra cui molti bambini.
Visitava molti ammalati nelle loro case, consolandoli spiritualmente e aiutandoli
materialmente, come poteva. Si offrì vittima per l'Ordine di San Camillo
e divenne ardente sostenitrice delle vocazioni camilliane, che chiamava "suoi
figli". Per l'obbedienza del P. Bini accettò di scrivere il suo "Diario"
che, essendo quasi analfabeta, dovette dettare a un'amica. In esso troviamo tutti
i ricordi della sua vita, passata e presente e gli innumerevoli pensieri, da cui
abbiamo tratto alcuni, particolarmente belli e significativi, suddividendoli nei
vari capitoli di questo libro. La casa di M. Aristea si aprì sempre più
alle persone di ogni età e tipo, che andavano a lei per consiglio, preghiera,
intercessione, luce, aiuto e conforto spirituale. Ella accolse tutti, sempre con
grande amore e umiltà, aiutandoli a camminare con maggior coraggio nella
difficile via della perfezione cristiana. Chiedeva al Signore di trasferire su
di lei le sofferenze di quanti le si rivolgevano e di risparmiarle a loro.
Anche
notevoli personalità l'avevano in grande stima, come il Presidente della
Repubblica italiana, Antonio Segni e la sua famiglia, che spesso l'invitavano
al Quirinale. L'immensa pazienza, umiltà, rassegnazione, amore, mitezza
e preghiera di M. Aristea ottennero la conversione del marito, che morì,
riconciliato con Dio, il 30 gennaio 1964. Fu un grande dolore per Aristea, che
lo aveva sempre amato, venerato e obbedito, vedendo in lui la mano di Dio che
la purificava incessantemente. Le sue malattie e sofferenze crescevano incessantemente.
Era tutta un dolore: le notti insonni, le giornate uno strazio fisico e spirituale
pressoché continuo. Fu colpita anche da idropisia e, nell'aprile 1968,
il cuore peggiorò notevolmente. Ormai non usciva quasi più. Riceveva
ogni giorno la S. Comunione e le ottennero pure il permesso di celebrare la S.
Messa in casa sua. Un Sacerdote camilliano veniva dalla vicina parrocchia di S.
Camillo. Le sue condizioni di salute si aggravavano sempre più, non si
alzava più dal letto, dovette essere assistita giorno e notte. Non chiedeva
nulla, ringraziava di tutto e rimaneva abitualmente assorta in continua e profonda
preghiera. Molte persone si recavano alla sua casa per vederla ancora una volta.
Al termine di un vita d'inaudite sofferenze, sopportate con fede, pazienza e amore
eccezionali, morì piamente alle ore 23,25, del 24 dicembre 1971. Era la
vigilia di Natale, la festa che tanto amava. I funerali furono celebrati, solennemente
e con gran concorso di folla, nella parrocchia di S. Camillo De Lellis, il 26
dicembre. Fu sepolta, in un primo momento, al Verano nella cappella dei Padri
camilliani. Il 17 maggio 1972 la sua salma fu trasferita nella chiesa di S. Camillo
dove tuttora riposa. Il 29 maggio dell'anno 1998, nell'Aula del Tribunale del
Vicariato di Roma, l'Eminentissimo Cardinale Vicario Camillo Ruini ha solennemente
presieduto la Sessione di apertura del Processo Diocesano nella Causa di Beatificazione
e Canonizzazione della Serva di Dio Maria Aristea Ceccarelli Bernacchia, laica.